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10 aprile 2017 a Mogliano Veneto : "Racconti iracheni"

Lunedì 10 aprile a Mogliano Veneto alle ore 20.45 presso il Centro Sociale in Piazza Donatori di Sangue n. 1

Racconti Iracheni

Presentazione del progetto"Educazione per tutte e tutti nel Governatorato di Sulemany in Iraq"

Saluti iniziali dell'Amministrazione Comunale

Intervengono:
Claudio Calia
Fumettista ed autore di "Dispatches from Iraq Front" sui Centri Giovanili del Kurdistan iracheno

Ettore Acocella
Responsabile Iraq Un ponte per ..., associazione che opera con la società civile in Medio Oriente

Vilma Mazza
Giornalista e responsabile dei progetti di cooperazione dell'Associazione Ya Basta - Caminantes

Il Comune di Mogliano Veneto è partner del Progetto "Educazione per tutte e tutti nel Governatorato di Sulemanya", realizzato con il contributo della Regione del Veneto.
Il progetto è coordinato da Associazione Ya Basta in collaborazione con Un ponte per ..., Al Mesalla e Xena.

Centri Giovanili in Iraq
Ettore Acocella
Volontario in Palestina durante la seconda intifada, attivo nei movimenti per la pace in Italia e nel Mediterraneo, osservatore elettorale in Palestina, Bosnia e Tunisia; dal 2008 cooperante in in Pale-stina, Bosnia e Iraq; attualmente responsabile programmi di cooperazione allo sviluppo in Iraq per l'ONG Un ponte per..

Claudio Calia
Fumettista italiano ha realizzato con Becco Giallo Edizioni tra gli altri "Porto Marghera - La legge non è uguale per tutti", "Dossier TAV", "Piccolo atlante dei centri sociali". Il suo ultimo lavoro è "Leggere i fumetti".
Nell'estate 2016 si è recato in Iraq per conoscere direttamente l'esperienza dei Centri Giovanili, promossi da Un ponte per ... a cui è dedicato il fumetto "Dispatches from Iraq Front" in inglese ed arabo e che saranno al centro del suo novo libro, in uscita a maggio 2017.

"Educazione per tutte e tutti, Governatorato di Sulemanya, Iraq".

Obiettivi del progetto

Garantire l'accesso all'educazione e alla formazione per minori e donne, soggetti a maggior rischio di vulnerabilità sociale, nell'area di Sulaymaniyah, Governatorato nella Regione Curda dell'Iraq, con particolare attenzione ai rifugiati provenienti dalla Siria e agli sfollati iracheni, per rafforzare la tutela dei diritti umani essenziali e aumentare la coesione sociale tra comunità, tanto più importante nella situazione d'emergenza che investe l'area.

“Guerra, persecuzioni e violenza hanno portato milioni di persone a scappare dalle regioni dell'Iraq centrale e dalla Siria: sfollati e rifugiati sono stati accolti inizialmente bene dalla comunità curda irachena, ma l'attuale crisi economica unita ai potenziali desideri di vendetta possono portare a fenomeni rischiosi come l'erosione della coesione sociale ed episodi di discriminazione.”

L'iniziativa mira a affrontare il nuovo scenario creatosi, attraverso l'educazione e la formazione professionale, per favorire collaborazione, peace-building, conoscenza reciproca e la costruzione della fiducia tra le comunità rifugiate siriane, sfollate irachene e quella ospitante, e tra gruppi vulnerabili di diverse culture e religioni nel Governatorato, sostenendo le identità culturali, il dialogo e le relazioni.

Il progetto intende rendere concreto l'accesso all'istruzione per i minori, valorizzare e qualificare i percorsi educativi formali ed informali aperti alla partecipazione di tutte le componenti generazionali e etniche delle comunità, capacitare in maniera condivisa donne all'ingresso nel mondo del lavoro.

Il progetto mira ad una crescita economica, attraverso l'occupazione femminile, umana attraverso l'interazione tra popolazioni diverse e civile basata su percorsi, capaci di fermare l'avanzata di atteggiamenti discriminanti e d'esclusione, per dare centralità ai diritti umani fondamentali per tutte e tutti.

Juan Villoro: Il suono del mondo.

Gli zapatisti sanno che non possono modificare il paese con metodi tradizionali. Lontani dal ricorrere alle armi che li resero visibili, cercano un’altra maniera di partecipazione, sfruttando le crepe di un sistema monolitico per entrare di nascosto dal basso, come l’umidità e le formiche. Il suono del mondo di Juan Villoro – El País 16 marzo […]

EZLN: La prima di una serie

EZLN: La prima della serie  ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE MESSICO Marzo 2017 Alla Sexta nel mondo: Compas: Vi avevamo detto che avremmo trovato il modo di sostenervi per fare in modo che, anche voi, sosteniate la resistenza e la ribellione di tutti coloro che sono perseguitati e separati da muri, ecco, abbiamo già un […]

EZLN: La prima di una serie

La prima di una serie ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE. MESSICO Marzo 2017. Alla Sexta nel mondo: Compas:   Vi avevamo detto che avremmo trovato il modo di sostenervi per fare in modo che, anche voi, sosteniate la resistenza e la ribellione di tutti coloro che sono perseguitati e separati da muri, ecco, abbiamo già … Continue reading EZLN: La prima di una serie

La Turchia e i diritti umani? Una questione a intermittenza

In questi giorni le relazioni tra Turchia ed alcuni paesi europei, in particolare l'Olanda, si sono fatte tese dopo l'impedimento ai ministri di Ankara di tenere comizi a favore della riforma costituzionale, per la quale si voterà in Turchia il 16 Aprile. Il che ha scatenato forti proteste tra gli immigrati di origine turca, un buon bacino di voti per Erdogan, e alimentato il vittimismo di cui il Sultano non esita a servirsi per i propri interessi.

La vicenda riporta l'attenzione sulla spinosa questione delle relazioni Turchia-Europa. Il sultano Erdogan sa di poter contare sul contenimento dei migranti (sancito nell'accordo tra Turchia e Unione Europea) nei propri confini come arma di ricatto da far pesare sui paesi europei alle prese con un periodo elettorale in cui la "questione immigrazione" porta acqua ai vari populismi reazionari nazionali. Di fronte a questo ricatto, gli stati europei balbettano dunque sulla difesa dei diritti umani in Turchia.
Si chiude un occhio, talvolta anche due, su quanto sta avvenendo dopo lo stato di emergenza proclamato all'indomani del golpe del 15 luglio 2016.

Ivan Grozny insieme a Riccardo Noury ci raccontano la Turchia dal 2015 al 2017

Centinaia di avvocati, giornalisti e oppositori sono stati arrestati. I professori sono stati allontanati dalle Università. I deputati dell'opposizione e curdi sono stati arrestati ed allontanati dal Parlamento. Lo stato d'assedio ha colpito intere aree e città nella zona curda.
La lista delle violazioni dei diritti umani in Turchia è lunghissima.
In questo quadro il referendum sulla riforma costituzionale, che porterebbe il presidente turco ad ottenere un forte accentramento di tutti i poteri statali, è un passaggio che si inserisce perfettamente nello sviluppo dell'autoritarismo di Erdogan iniziato negli ultimi anni.

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Campagna delle donne dell'HDP per il NO al referendum

Invece di assistere a piccole schermaglie il più delle volte legate a meccanismi elettorali interni e a questioni contorte e poco comprensibili, come il fatto che ai Ministri turchi sia impedito lo svolgimento dei comizi in suolo europeo, non sarebbe forse il caso che la posizione dell'Europa fosse il più chiara e semplice possibile?
Non si potrebbe dichiarare unanimemente che la Turchia deve porre fine alle violazioni costanti dei diritti umani?
E se questo è vero non bisognerebbe procedere con le scelte stabili, come ad esempio la fine della vendita di armi e una pressione reale sul governo del Sultano?

Ma come dicevamo prima, l'arma dei ricatto sulla pelle dei migranti vince, mentre il resto passa in secondo piano.
O peggio ancora la relazione con la Turchia avviene a velocità alternate a seconda degli interessi contingenti.

Per capire costa sta veramente succedendo in Turchia vi proponiamo due interviste realizzate da Ivan Grozny, durante lo svolgimento dell'importante convegnopromosso dai Giuristi Democratici a Padova dal titolo "La tutela dei diritti nello stato d'emergenza: il caso Turchia" .
La prima con Serife Ceren Uysal, avv. del Foro di Istanbul, CHD (Associazione Avvocati Progressisti), e la seconda con Mahmut Sakar, avv. del Foro di Ankara e difensore di Abdullah Öcalan.

Intervista con Serife Ceren Uysal

Ciao Serife, la prima domanda riguarda il referendum in Turchia: qual è la tua opinione a proposito? Molte persone pensano da ormai parecchio tempo che è giunto il momento di cambiare perché l'attuale Costituzione, nata dal colpo di stato militare, potrebbe addirittura peggiorare. Che cosa vuole Erdoğan da questo referendum?

In primo luogo, non solo come avvocato non posso difendere la costituzione vigente ma anche come oppositrice non ho possibilità difarlo.
Stanno cercando di cambiarla grazie alle condizioni dello stato di emergenza e quindi ora dobbiamo iniziare a parlare di un regime straordinario.

La costituzione vigente è stata istituita sotto il regime militare e ora abbiamo di nuovo un codice giuridico straordinario. Non è un codice militare, si definisce come un codice civile. Ed è proprio delle dittature e del fascismo cambiare la costituzione, trasformando il regime.
Bisogna ricordare che i parlamentari curdi e di sinistra che sono stati eletti ora sono in carcere. Dunque in questo momento di instabilità si tenta di trasformare il regime con il consenso del solo 10% della popolazione.
Penso che in questo momento, anche senza cambiamenti nella costituzione, Erdoğan ha già un grande potere, ma attraverso il referendum vuole ottenerne ancora di più.
Ad oggi sta usando le condizioni dello stato di emergenza per comandare il paese e scegliere giudici e procuratori. Cambiando la costituzione questo potere diventerebbe permanente e non sarebbe più legato allo stato di emergenza.
Questo significa che nel nuovo regime, lo stato d'emergenza sarà normalizzato e potrà continuare.

La seconda domanda riguarda cosa è successo a magistrati, giudici e avvocati appena arrestati in Turchia: cosa ti aspetti dalla tua visita in Italia relativamente a questo? Per esempio, ti aspetti che il governo o i tuoi colleghi chiedano aiuto all'Europa oppure vuoi semplicemente far sapere la situazione odierna in Turchia?

Ci sono due aspetti differenti. Il primo è che ci sono 3000 giudici e procuratori che sono stati incarcerati e dal mio punto di vista alcuni di loro sono parte del problema di oggi. Dovendo essere onesti, in Turchia non abbiamo mai avuto un sistema giudiziario indipendente, ma proprio ora che tantissimi giudici e procuratori sono stati incarcerati, significa che quelli rimasti in libertà sono mentalmente imprigionati, perché hanno paura a prendere decisioni indipendenti, lavorano per conto del governo e sanno che se fanno un passo falso potrebbero essere arrestati anche loro.

Per gli avvocati la situazione è sempre stata difficile, sopratutto per quelli curdi e di sinistra. Abbiamo subìto molte azioni nei nostri confronti e molti dei miei amici sono stati incarcerati.

Quindi sì, sono venuta qui per informare le Comunità Europea, e in particolare la comunità di sinistra.
E' molto importante organizzare un meccanismo di solidarietà. Sfortunatamente non mi aspetto molto dai governi, nè dalle istituzioni europee perché abbiamo visto come la Corte Europea per i Diritti Umani creda ancora che la Turchia abbia un sistema giudiziario efficiente. Mi aspetto invece qualcosa dagli oppositori e dai movimenti sociali delle altri nazioni.

Ora la Turchia ha un grande vantaggio perchè sta utilizzando contro l'Europa l'accordo Europa/Turchia riguardo ai migranti per i propri interessi.
Questo colpisce gli immigrati che vivono in Turchia perché sono visti solamente come degli strumenti per il governo. Non sono aiutati e non si sta organizzando alcuna possibilità per loro. Le istituzioni europee conoscono la situazione e la accettano.

La chiave, secondo me, è esercitare una forte pressione, qualcosa che faccia discutere su questo, non solo per la Turchia ma anche per l' Europa, poiché in tutta l'Europa e in tutto il mondo c'è una tendenza verso il conservatorismo e l'autoritarismo e c'è bisogno di discutere riguardo ai modi per combattere tutto questo.

Una curiosità: come sono le condizioni dei migranti in Turchia?

E' una questione molto difficile da affrontare, devo essere onesta, perché la Turchia è stato l'unico stato sfortunatamente in Europa a non avere movimenti di solidarietà con i migranti.
Ci sono delle ragioni per questo. Per prima cosa abbiamo tante questioni in sospeso che facciamo fatica ad occuparci della nostra stessa vita , ci sono moltio conflitti politici ma ci sono anche altre motivazioni. Il mancato supporto da parte dei socialdemocratici è legato ad una questione che potremmo definire di un certo tipo di "islamofobia turca". Questi immigrati, definiti come islamici, in particolare i siriani, infatti, vengono percepiti come possivili sostenitori della politica dell'AKP e come una minaccia alla sicurezza che può avere effetti negativi sulla loro vita sociale.
Per coloro che invece hanno sentimenti positivi a favore dei migranti grazie al background religioso comune, anche loro iniziano a pensare che i migranti siano una minaccia, perchè sono poveri non hanno soldi e quindi sono in competizione con essi nel mondo del mercato lavorativo. Sfortunatamente i migranti sono soli, a volte con solo un posto in cui dormire e quindi diventano un target facile per il reclutamento nell'ISIS non avendo niente.

L'ultima domanda riguarda i curdi: qual è la tua opinione circa ciò che sta succedendo? Pensi che possano riuscire a trovare una soluzione?

Il processo di pacificazione è stato fermato dal governo, e ciò rende chiaro che non c'è la volontà di giungere ad un effettivo accordo di pace. In realtà non è stato neanche un vero processo di pace, ma solo una specie di negoziazione che era importante per l'AKP per farlo sembrare un processo democratico. Successivamente però hanno attaccato pesantemente.
Dopo gli anni '90 non abbiamo mai affrontato un attacco cosi aggressivo che distruggesse città e che uccidesse centinaia di migliaia di persone, anche se non conosciamo i numeri reali.
Hanno iniziato ad attaccare anche le organizzazioni legali della popolazione curda, come l'HDP e molti parlamentari e avvocati sono stati arrestati.
Questo ha avuto delle implicazioni. Se chiudi gli spazi legali per fare politica, questi movimenti, che hanno una loro storia, cercheranno altri modi per continuare a fare politica.
Non stiamo parlando di movimenti locali, ma di un movimento forte in tutto il Medio Oriente. Questo ha delle implicazioni.
Credo che se parliamo di soluzione per la Turchia, dovremmo avere come obiettivo la fine dello stato di emergenza, una soluzione per la quale non solo i curdi dovranno lottare ma ci deve essere un movimento che unisce curdi, turchi e oppositori.

Intervista con Mahmut Sakar

Come sta Abdul Ocalan?

È da più di un anno che non abbiamo sue notizie, non sappiamo niente. L'ultima volta, un mese fa, suo fratello ha avuto la possibilità di vederlo. Ha detto che stava bene, però per adesso, né noi né la sua famiglia abbiamo sue notizie.

Abdul Ocalan potrebbe ancora essere simbolo di pace, nonostante la situazione?

Se ci dovesse essere qualcuno in grado di portare la pace, questo è sicuramente lui. Tuttora è molto dura perché in Turchia si sta svolgendo un processo molto difficile, ma sono sicuro che un giorno ci si riuscirà.

Che differenza c'è tra la Turchia degli anni '90 e quella attuale?

Anche il periodo degli anni '90 era un periodo di oppressione, l'unica cosa rimasta è lo spirito del popolo. Ciò che cambia è che ora è presente la Rojava e quindi la situazione in Medio Oriente.
Il presidente della Turchia dichiara guerra a tutte le zone in cui i curdi sono presenti anche in quantità ridotta, quindi la guerra si sta espandendo in molti luoghi.

Dato che hai avuto luogo di visitare più luoghi europei anche istituzionali, secondo te l'Europa ha compreso la situazione in Turchia? Come ti aspetti che si comporti a riguardo?

Io non credo che l'Europa abbia capito la situazione.
Ci sono degli Stati che vivono il governo di Erdogan come una dittatura, ma non cambia nulla. Se il popolo lo vede come un dittatore, tutto il mondo dovrebbe vederlo allo stesso modo.
Non cambia nulla anche per quanto riguarda le questioni economiche legate alla vendita di armi, almeno si potrebbe fermarla dato che le armi vengono utilizzate contro i curdi.

Secondo te non è arrivato il messaggio agli europei che alcune città turche sono veramente sotto attacco?

L'Europa vede tutto ma non fa nulla, si sta cercando di nascondere quello che sta accadendo. L'Europa ha detto alla Turchia: “fai quello che vuoi, io mi chiudo gli occhi”, nonostante veda tutto.
Non è possibile che non abbiano saputo nulla perché tutti i giorni avvengono manifestazioni.

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Standing Rock #NoDAPL la battaglia non si ferma

Non si ferma la lotta contro l'oleodotto DAPL, all'indomani della firma di Trump che ha autorizzato l'esecuzione del progetto.
Obama, costretto dalle forti mobilitazioni dello scorso anno, aveva bloccato il progetto, ma dopo l'ordine esecutivo del nuovo presidente, la procedura di verifica dell'impatto ambientale è stata bypassata permettendo la conclusione del progetto.
Il giorno dopo l'atto firmato da Trump, la Energy Transfer Partners, ovvero la compagnia che sta dietro ai lavori, ha cominciato la costruzione dell'ultima sezione del progetto.

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10 marzo 2017 Marcia a Washington

IN MARCIA A WASHINGTON

Il 10 marzo a Washington migliaia di persone, guidate dai Popoli Nativi in particolare i Sioux, protagonisti della lotta di Standig Rock, hanno manifestato per le strade della capitale nella #NativeNationsMarch contro il Dakota Access Pipeline e contro il presidente Trump.

La marcia, seguita a quattro giorni di sit-in allestito con i teepee indiani davanti alla Casa Bianca, prima di concludersi, ha sostato sotto la Trump Tower, dove è stato eretto un teepee e i manifestanti hanno danzato e cantato al suono della musica indiana.

Ai giornalisti presenti all'iniziativa i portavoce della protesta hanno confermato la volontà di continuare la lotta per fermare l'oleodotto, che devasta l'ambiente ed in particolare distrugge le risorse idriche.

Il messaggio per Trump è stato chiaro: “We're still here” (Noi siamo ancora qui!).

Raymond Kingfisher, della Tribù Northern Cheyenne in Montana, ha dichiarato: "Devono ascoltarci. Noi ci siamo e continueremo ad esserci", aggiungendo: "Devono onorare i trattati e rispettare i nostri diritti".

Mary Phillips, della Tribù Nebraska's Omaha, ha confermato che "Trump non ha ascoltato la voce dei Nativi americani, finchè non lo farà le manifestazioni continueranno".

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Accampamento di fronte alla Casa Bianca

Carl Moore, membro dei Peaceful Advocates for Native Dialogue and Organizing Support, da tempo impegnato nella lotta, tra i tanti manifestanti in abiti tradizionali indiani, ha dichiarato al Huffington Post che la protesta è sia contro l'oleodotto e l'iniziativa di Trump che a sostegno della sovranità dei nativi americani.
Carl ha rincarato la dose aggiungendo che bisogna riconoscere il mandato divino che hanno i Nativi nel prendersi cura della terra e dell'ambiente: "La nostra sovranità va rispettata, perchè non lo è e non lo è mai stata".

"Questa lotta non riguarda solo il territorio statunitense ma deve essere condivisa in ogni parte del mondo" ha concluso Moore.

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Olivia One Feather (al centro) della tribù Sioux di Standing Rock alza il pugno al cielo dopo il voto del Consiglio di Seattle per il disinvestimento della Wells Fargo.
(Foto di Elaine Thompson/AP)

LA LOTTA SI ALLARGA CON LA CAMPAGNA DI DISINVESTIMENTO

Nelle settimane precedenti la marcia, la mobilitazione si era estesa attraverso una campagna di disinvestinmento dalla Wells Fargo, una delle principali banche finanziatrici del progetto di Trump; le città di Seattle e Davis hanno preso una posizione netta, non rinnovando i contratti in modo da incentivare la responsabilità sociale.
Anche nella città di Santa Monica si sono alzate voci di protesta: un'attivista cittadina ha dato inizio ad una petizione online nella quale invitava a lasciarsi ispirare dalle iniziative promosse da queste due città. Il Consiglio di Santa Monica ha quindi votato per procedere con il disinvestimento dalla Wells Fargo.

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Nativi Americani suonano le percussioni durante la protesta.
(Josh Morgan for The Huffington Post)

LA BATTAGLIA LEGALE

Il piano su cui ci si contrappone non è solo etico e morale ma anche giuridico.
Infatti Standing Rock Sioux, la tribù coinvolta nel passaggio dell'oleodotto, ha avviato una causa legale nei confronti dei costruttori, di LLC (compagnia privata statunitense) e dell'Army Corps of Engineers per violazioni di carattere ambientale e culturale che vanno contro i trattati firmati tra governo americano e Nativi.
La richiesta è l'intervento di un giudice federale per decidere se gli ingegneri abbiano violato la legge e i trattati permettendo la costruzione dell'ultima parte dell'oleodotto che si trova sotto il lago Oahe in Nord Dakota.

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Proteste davanti alla Casa Bianca

APPOGGI POLITICI ALLA PROTESTA

Nei giorni precedenti gli attivisti indiani si erano incontrati con Bernie Sanders, che insieme ad altri senatori come Jeff Merkley e il governatore del Maryland Martin O'Malley appoggia la lotta. In un video a cura di Indigenous Environmental Network i politici americani spiegano i motivi della loro posizione rispetto al progetto di Trump durante l'incontro con Dave Archambault II, portavoce di Standing Rock Sioux Tribe, and Rep. Tulsi Gabbard (D-Hawaii).

Nei mesi precedenti anche Papa Francesco si era schierato a favore della lottacontro il DAPL.

... Per leggere questo articolo accompagnati con la canzone Stand Up / Stand N Rock #NoDAPL con Taboo dei Black Eyed Peas

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10 e 11 marzo 2017 da Lush a Padova con Ya Basta

Venerdi 10 marzo e Sabato 11 marzo 2017 ci trovi tutto il giorno da Lush Padova in Piazza delle Erbe per il Charity Party a sostegno del progetto "Educazione per tutte e tutti" in Iraq.

Vieni a trovarci e sostienici: tutto il ricavato della crema Charity Pot del negozio Lush di Padova verrà devoluto alla nostra associazione.

Per tutte e due le giornate le volontarie e i volontari dell'associazione saranno presenti in negozio, per darvi informazioni e approfondimenti sul progetto, mentre il team di Lush Padova sarà felice di farvi scoprire la speciale crema Charity Pot, grazie alla quale da 10 anni Lush sostiene progetti etici.

Non potete mancare, vi aspettiamo LushPadova

Educazione per tutte e tutti nel Governatorato di Sulemanya
Lo scopo del progetto è garantire l'accesso all'educazione e alla formazione per donne e minori, con particolare attenzione alle/ai rifugiate/i siriane/i nel Kurdistan (Iraq).

Leggi l'intero Progetto

Progetto realizzato da:
Associazione Ya Basta - Via Barbarigo 17 Padova
Partners:

She Fighter a Padova - Incontro con Lina Khalifeh

Sabato 4 marzo abbiamo incontrato a Padova alla Libreria delle donne Lina Khalifeh, fondatrice di She Fighter, all'interno del percorso verso lo sciopero globale delle donne l'8 marzo.
E' stato un incontro molto partecipato per le emozioni oltre al racconto che Lina ha portato con sè, soprattutto nel traning collettivo di autodifesa fatto insieme.
Per cambiare la nostra realtà, qui in questa parte d'Europa che si chiama Italia, oltre a costruire solidarietà e a batterci perchè chi migra non muoia sulle frontiere, è necessario che il cambiamento avvenga anche sull'altra sponda, nei paesi di provenienza di chi migra. La libertà di muoversi si accompagna per essere veramente libera alla possibilità di restare dove si nasce o si vuole vivere. Lina fa parte di quelle donne e quegli uomini che provano a costruire un'altra realtà, in Medio Oriente e non solo.
Appoggiare, sostenere queste esperienze ci aiuta a costruire una nostra possibile comune alternativa.

Vi proponiamo il video-racconto della serata e l'intervista a Lina reallizzata da Il Barrito.

Mi chiamo Lina Khalifeh, ho 32 anni e vengo dalla Giordania. Ho iniziato questa attività She Fighter perché in realtà ho un background in arti marziali.
Quando ero all'università una mia amica si è presentata a lezione con delle ferite sul corpo perché era stata picchiata dal padre e dal fratello. Quando le ho chiesto perché non sei andata a denunciare il fatto alla polizia, lei mi ha detto “perché non possiamo farlo”. Dal momento che avevo questo back-ground di arti marziali ho iniziato a offrire questi training per le donne nella cantina dei miei genitori. Stavo cercando di fare questa cosa con l'obbiettivo di rendere le donne più consapevoli del loro ruolo e di far aumentare la consapevolezza dentro di loro e ho deciso di creare un'attività legata a questa idea nel 2012 chiamata “she fighter”, perché penso che sia importante aumentare la consapevolezza delle donne per cambiare la loro vita.

Quando ho cominciato tutti quanti mi dicevano che non sarei durata e che avrei chiuso subito perché le donne non sono interessate a nessuna attività legata al combattimento e nemmeno nell'aumentare la propria consapevolezza.
Ma io avevo una visione diversa perché pensavo che fosse necessaria e penso che le donne abbiano anche un altro ruolo nella società.

Da quando abbiamo aperto siamo riusciti a coinvolgere 12000 donne in varie parti del Medio Oriente. Abbiamo avuto molti problemi tra cui anche una causa che ci è stata rivolta dal marito di una delle donne che aveva deciso di partecipare a questa attività in quanto lui era avvocato. Lui l'ha denunciata perché sua moglie dopo aver partecipato al corso l'ha picchiato con le tecniche imparate.
All'inizio l'ho preso come uno scherzo però poi ho capito che era una cosa seria e ho dovuto munirmi di un avvocato per difendermi in tribunale. Un'altra sfida sono le donne della società che non vogliono uscire dalla loro comfort zone.

È facile capire di essere dipendenti dagli uomini e di non avere controllo sulle proprie azioni nella società quindi si è trattato anche di fare un lavoro sulla mentalità delle donne per far loro capire che possono avere un ruolo nella società e diventare libere avendo un'attività o un business per conto proprio. Adesso però le cose stanno migliorando, sono riuscita ad avere un supporto maggiore da parte delle donne e della società.

Un altro problema sono gli uomini che non vogliono concedere questa libertà alle donne: per loro il fatto che una donna possa raggiungere delle posizioni di potere nella società è una minaccia. Quindi ho dovuto far fronte sia a questo problema dei ruoli di genere nella società, ma mi sono dovuta anche difendere dal governo, dal momento che sono molto determinata e semplicemente non mi importa.

Quando qualcuno mi minaccia gli dico “fai in modo che la tua sia una minaccia veramente fondata, perchè farò in modo di difendermi legalmente fino in fondo” perché, se si vuole cambiare la società come donna, bisogna essere in grado di comprenderla a pieno, bisogna conoscere tutte le leggi del paese, le leggi economiche, perché nel momento in cui si viene denunciati bisogna essere pronti e rispondere subito. A prescindere dal genere è necessario essere intelligenti e combattenti per cambiare una società. Ma, al di là di tutte le difficoltà, abbiamo raggiunto dei buoni risultati. Abbiamo vinto un premio alle Nazioni Unite in un contest di donne nel business, abbiamo ottenuto anche un riconoscimento dal presidente degli Stati Uniti. Siamo stati invitati alla Casa Bianca, Obama ci ha ricevuti e ci ha ringraziati per il lavoro che abbiamo svolto. Abbiamo inoltre sviluppato degli accordi con Organizzazioni Non Governative come “Un Ponte Per…” per fornire questi training ai rifugiati dei campi profughi. Abbiamo operato nei campi profughi in particolare a livello degli operatori che poi a loro volta hanno diffuso quello che noi insegnavamo.

“She Fighter” è un progetto che riguarda non soltanto coloro che hanno i mezzi per pagarlo, ma anche quelli che non ce la fanno autonomamente.
Voglio condividere con voi una storia: una delle ragazze che ha preso parte al progetto “She Fighter” è stata attaccata da un uomo in un ascensore, quando l'uomo l'ha attaccata lei ha cercato di difendersi ma è stata presa dal panico, non riusciva a respirare ma è riuscita a farlo fuggire dall'ascensore perché ha provocato un grande clamore. A quel punto la donna si è arrabbiata e l'ha inseguito fino in strada e ha cercato l'aiuto di altri uomini per aiutarla a catturare l'uomo che aveva cercato di violentarla. Alla fine sono riusciti a catturarlo e la donna ha cominciato a prenderlo a pugni in faccia in strada finché lui non ha cominciato a piangere chiedendo per piacere di smetterla di picchiarlo. A quel punto la polizia e ha preso entrambi. Lei l'ha citato per tentato stupro, mentre lui per averlo picchiato in strada. Alla fine lei ha vinto la causa e lui è finito in prigione per 3 anni per tentato stupro.

Potrei raccontarvi tantissime storie di donne che sono riuscite a difendersi per aver partecipato al progetto “She Fighter”.
In un altro caso una donna, che aveva seguito il corso per 1 anno, una volta stava tornando a casa, un uomo l'ha seguita ed è riuscito ad avvicinarsi al punto da metterle una mano sulla spalla. Di conseguenza lei si è girata ed è riuscita a farlo scappare. Lei non ha pensato a cosa stesse facendo, ha agito d'istinto.
A volte una piccola azione può mostrare a chi cerca di farti del male che tu sei pronta a rispondere. Lei ha detto che non ha veramente pensato a quello che stava facendo, ha semplicemente reagito perché voleva difendersi dalla violenza dell'uomo. Ci sono tantissime altre storie di tentativi di stupro e di molestie in cui le donne reagiscono. Spesso prevale la retorica delle donne vittime di questi abusi, ma in realtà le donne non sono vittime, hanno la forza, solo che non sanno di averla perché nessuno insegna loro a tirarla fuori.
Quando si entra in una palestra e si comincia a seguire questi corsi le donne realizzano di avere una forza interiore.
Io ho lottato per tutta la mia vita in vari tipi di arti marziali, ho visto con i miei occhi che le donne che si allenano e che combattono hanno una maggior consapevolezza e autostima di se stesse rispetto alle donne che non si allenano.
Persino le donne timide possono diventare donne con grandi aspirazioni.
Si tratta soprattutto di agire sulla loro mentalità facendo loro capire che si tratta di tirare fuori la forza e nel momento in cui lo si fa, le donne riescono a cambiare. Ma se pensano di essere deboli diventeranno deboli.

Non si tratta soltanto di cambiare l'educazione della società, perché non si riuscirà mai a fermare il problema della violenza solamente attraverso l'educazione. E' necessario invece agire sulle ragazze fin da quando sono piccole e dire loro che nel futuro possono essere quello che vogliono e diventare delle leader. Le cose cominceranno a cambiare quando parleremo alle ragazze come parliamo ai ragazzi.
Succede molte volte che i ragazzi, per esempio nelle università, compiono abusi sulle ragazze per cui si dice che i paesi e le società hanno bisogno di più educazione.
Ma gli abusi continuano a verificarsi anche in società sviluppate dal punto di vista culturale, non succede soltanto nei paesi in via di sviluppo ma dappertutto.
Alla radice del problema c'è il fatto che non cresciamo e non educhiamo i bambini così come educhiamo le bambine e le ragazze. Ai ragazzi viene insegnato che possono prendersi rischi anche quando falliscono, ma alle ragazze diciamo di non provare nemmeno perché prendersi rischi è una cosa per i ragazzi.
Se invece insegniamo alle ragazze a non mollare e a non arrendersi, anche quando le cose non vanno bene, queste ragazze poi riusciranno a prendersi delle responsabilità maggiori nel corso della loro vita. Non sentiranno la necessità di chiedere scusa per quello che sono, non diranno che non sono abbastanza qualificate per una determinata posizione e non diranno: “questo non è un lavoro per donne ma è un lavoro solo per uomini” perché le abbiamo educate in modo tale da ritenere questo tipo di retorica normale. Ad esempio in Giordania la percentuale di donne che ottiene un dottorato o che ha un' educazione di buon livello è piuttosto alta, ma molte di queste donne in realtà non vogliono lavorare, anche se avrebbero i titoli per ottenere grandi posizioni.

Il problema, dal mio punto di vista, è culturale.
“Non devo riparare la mia macchina tanto ci penserà mio fratello, non devo imparare alcune cose perchè tanto ci penserà mio padre”. Per tutta la nostra vita ci è stato insegnato a dipendere dagli uomini.
Io ho dovuto affrontare questo problema perché a “She fighter” ho dato lavoro solamente a delle donne.
Per come è la società adesso ho dovuto trovare una soluzione per dare lavoro a più donne: ne ho assunte un numero maggiore, ma ho ridotto le loro ore lavorative.
Questo ha permesso di venire a lavorare anche due volte a settimana per massimo due o tre ore. Il sistema ha funzionato molto bene perché così facendo possono continuare a lavorare, possono mantenere la loro vita sociale e possono anche occuparsi della loro famiglia.
Questo sistema ha funzionato al punto che adesso abbiamo 15 impiegate donne a “She Fighter”, anche se ne sarebbero bastate 2 per quel lavoro.

Adesso stiamo cercando di espanderci in Arabia Saudita, e anche li le donne saranno piuttosto pigre e dovremo trovare un sistema per farle lavorare. Se si vuole veramente cambiare le cose, bisogna prima adattarsi alle condizioni che si trovano e poi cominciare con cambiamenti piccoli.
All'inizio pensavo che “She Fighter” fosse solo una palestra per autodifesa, ma il progetto è diventato molto più grande di così.
È stato un viaggio meraviglioso in cui ho imparato tantissimo e non penso che sarei riuscita a raggiungere così tanto rimanendo all'interno dell'università a seguire corsi di business. L'educazione è sicuramente molto importante ma penso che l'esperienza lo sia di più. Molte persone ritardano la realizzazione dei progetti, magari dopo un master o un dottorato, io penso invece che sia più importante iniziare subito, imparare tramite l'esperienza. Io ho solo una laurea triennale ma molti studenti di dottorato o di laurea magistrale vengono a studiare il mio progetto. Tuttavia, nel campo della finanza, ho commesso anche io più di qualche errore grazie ai quali ho capito ed imparato ad interagire con le istituzioni.

La Giordania ospita circa 2 milioni di rifugiati che scappano dalla guerra in Siria. Voi di Shefighter avete lavorato anche con loro?

Si, abbiamo lavorato molto con le rifugiate soprattutto in collaborazione con l'associazione Un ponte Per. Le donne siriane sono molto esposte agli abusi sessuali e anche a stupri di gruppo nei campi profughi. Con le donne siriane bisogna porsi in modo diverso poichè provengono da una situazione di guerra. In particolare è diverso il modo di vedere le donne e i loro diritti; pertanto non si può incolparle per essere cresciute con questa mentalità. Per fare un esempio concreto, uno dei problemi più grandi sono i matrimoni precoci. E' diffuso nei campi profughi il fenomeno di far sposare le bambine di 11/12, persino 9 anni con uomini adulti in cambio di soldi. Frequentemente poi accade che l'uomo che le ha comprate le abbandoni dopo una settimana ai confini del campo, dove rischiano di morire dissanguate o di contrarre malattie. Nella cultura siriana il matrimonio precoce è molto frequente, se non sono 12 anni sono 14. E' molto difficile parlarne e il modo migliore per fargli cambiare idea non è attaccarli, ma cambiare approccio. Allora non dico loro che stanno sbagliando ma gli chiedo: “Cosa ne pensi dei matrimoni precoci?” Alcuni sono d'accordo, altri no, ma questo apre comunque un dibattito e a volte si riesce a far cambiare idea a una o due persone. In certi casi l'hanno fatto per talmente tanti anni o le donne stesse si sono sposate a quell'età e lo considerano normale. Alcune ragazze vorrebbero che le cose cambiassero all'interno dei campi profughi, alcune non parlano perchè sono state oppresse. E' un momento delicato perchè sono povere e, venendo dalla guerra, farebbero di tutto per avere dei soldi. La situazione è difficile nei campi per rifugiati, ma stiamo facendo progressi.

Quali sono state le difficoltà più grosse che hai riscontrato rispetto alla cultura e alla mentalità nell'aprire la tua attività in Medio Oriente? Perché noi siamo abituati a pensare che in Medio Oriente sia sempre più difficile.

Penso che le donne forti non piacciano in nessuna cultura. All'inizio si può anche dire: ”facciamole provare”, ma si sa che falliranno; dopo un po' alcune ce la fanno e riescono ad effettuare un cambiamento di mentalità in alcune persone. Più si ottiene successo più si trova resistenza, quindi quello che è veramente difficile non è tanto iniziare e trovare un'idea ma mantenerla nel tempo. Ho dovuto fare denuncia contro un sacco di uomini che hanno cercato di minacciarmi ma la cosa peggiore e sbagliata è smettere di credere nei propri valori. Ero sempre dalla Polizia, una volta sono andata da loro e ho riportato un caso di uomo che cercava di minacciarmi e il poliziotto mi ha identificata subito e mi ha detto: ”tu sei quella della scuola “Un Ponte Per…”?” e io ho risposto “Sì e allora?” . Il poliziotto mi ha chiesto perchè fossi lì e perchè non mi difendessi da sola. In quel caso non mi stava prendendo veramente sul serio; quando hai una palestra per l'autodifesa puoi difenderti da sola ma bisogna essere intelligenti, evitare di finire in prigione e di agire per istinto, usare il cervello, specialmente in una cultura che è patriarcale.
Quindi sì, ci sono molte sfide ma ci sono anche molte cose positive.

Con il lavoro che fate come “She Fighter”, che tipo di donne vengono? Vengono più ragazze giovani, ragazze vecchie, quale è il tipo di composizione?

Abbiamo diverse donne di diverse età, la maggior parte sono giovani studentesse o teenagers, molte di loro hanno avuto delle situazioni difficili.

Tu consideri le tecniche di autodifesa più come uso della violenza o piuttosto come la capacità di sentire il proprio corpo?

Sicuramente il corpo e la mente sono legati tra di loro, e anche l'anima. Quindi se la mente è forte anche il corpo è forte e viceversa.
Per diventare veramente forti bisogna incominciare a lavorare almeno su una delle due cose; magari qualcuno può non avere una personalità molto forte, ma in questi casi si può intervenire sull'allenamento del corpo. Questo è qualcosa che si dice in qualsiasi arte marziale: il legame tra il corpo, la mente e l'anima è fondamentale. Questo è il motivo per cui con “She Fighter” non ci occupiamo solamente dell'allenamento fisico, ma offriamo anche una consapevolezza legata alla violenza, allo stupro, agli abusi. Quindi quello che faccio è creare leaders, perché non voglio essere l'unico leader. Per fare questo bisogna credere nelle persone che vengono. Siamo riusciti ad allenare circa 150 leaders e ci stiamo espandendo molto velocemente grazie anche al supporto ricevuto.

Quanto influiscono la religione e la politica in quello che fate? Lei considera la sua attività anche un business. Non riesco a capire, quanto c'è di business e quanto c'è di azione sociale?

In Europa, a causa degli attacchi terroristici che sono avvenuti recentemente, molti legano la religione e il terrorismo, ma in realtà viviamo in una società musulmana dove l'80% delle persone è musulmano e cristiano e vive in maniera pacifica tra di loro. Per noi quindi la religione è un aspetto totalmente normale, ma tra di noi non ne parliamo,specialmente se si ha un amico cristiano, possiamo vivere tranquillamente, senza problemi. A “She Fighter”, per esempio, accettiamo qualsiasi donna a prescindere dall'appartenenza religiosa e questo include anche la scelta di mettere il velo oppure no, che è appunto una scelta personale. Nessuno si occupa delle scelte degli altri. La causa della recente situazione è appunto il protagonismo dell'ISIS, il legame tra ISIS e Islam. Loro in realtà non sono musulmani, sono semplicemente degli estremisti che vogliono solamente distruggere il mondo. Io penso che anche mettere il velo sia una scelta personale, e anche nel mondo cristiano le suore mettono il velo, semplicemente in modo diverso. Le donne d'altra parte hanno coperto il proprio corpo già da molto tempo e questo punto è una cosa che riguarda moltissime culture, ma ora con il problema del terrorismo, questo viene legato ad esso. In realtà stiamo parlando di movimento politici, che hanno come unico obiettivo quello di creare odio. Questa è la mia opinione personale e la mia esperienza, ma a “She Fighter” non si parla né di politica né di religione perché accettiamo donne di qualsiasi provenienza. Abbiamo avuto addirittura un uomo transessuale, che da uomo è diventato donna; quando lei si è unita a “She Fighter” ne abbiamo parlato tra di noi e abbiamo deciso che noi ci occupiamo di accrescere la consapevolezza di tutte le donne, incluse le donne transessuali. E questa donna ha continuato a venire perché si sentiva a casa. Questa è la nostra politica. Non ci occupiamo di religione o di politica, ma solo di donne. Abbiamo anche avuto casi, ad esempio, di donne che si trovavano per la prima volta a dover interagire con donne transessuali e standoci insieme hanno iniziato a cambiare le loro idee al riguardo. Ma quello che i media occidentali dicono e diffondono sulla questione crea solo più odio. D'altra parte il Ku Klux Klan tempo fa stava facendo le stesse cose. Spesso questi gruppi giovano dell'aiuto dei governi e d'altra parte uccidono anche persone musulmane, uccidono tutti e per questo dovremmo fare attenzione, quando ci espanderemo in Iraq.

Per quanto riguarda l'altra domanda, il mio business lo chiamo business ibrido, cioè si tratta di un progetto legato al business ma che vuole lavorare per i cambiamenti sociali. Non si può sempre dipendere dai finanziamenti, perché altrimenti il proprio business non sarebbe sostenibile nel tempo e in quei casi, quando finiscono i finanziamenti, il progetto deve finire. Nel momento in cui gioviamo invece del contributo delle persone, questo è più sostenibile nel tempo, ed è un modello nuovo, ibrido. E questo vale anche per le grandi multinazionali che investono molti soldi nel cambiamento sociale. Ma nel nostro caso, in realtà, il rapporto è diverso, ci occupiamo dei cambiamenti sociali e cerchiamo di farne un business. È un modello più sostenibile nel tempo e che permette di coinvolgere una platea più grande.


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Monitorare i processi elettorale. Focus Africa con Serena Alborghetti

Giovedì 30 marzo 2017 ore 18.00 presso Associazione Ya Basta Via Barbarigo 17 Padova

Monitorare i processi elettorale. Focus Africa

Con Serena Alborghetti - Osservatrice per l'Onu, la Ue, l'Osce in missioni per il cessate il fuoco, il rispetto delle tregue, la tutela dei diritti umani, il controllo delle elezioni.

Serena Alborghetti

Osservatrice per conto dell'Onu, della Ue, dell'Osce e di altri organismi internazionali (dall'Iri, l'International republican institute, all'Iom, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni).

Dal 1997 è stata in una trentina di Paesi: tre volte in Bosnia, tre volte in Nigeria, tre volte in Mali, tre volte in Costa d'Avorio, e poi in Zimbabwe, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Madagascar, Kenya, Ghana, Malawi, Togo, Burundi, Tunisia, Indonesia, Ecuador, Bulgaria.

Nel 2005 ha monitorato in Iran le operazioni di voto dei rifugiati iracheni che dovevano eleggere il nuovo Parlamento di Baghdad.
Per un anno e mezzo ha lavorato in Congo con l'Unpdp, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.

Tra 2011 e 2012 ha operato in Egitto con la Fondazione Jimmy Carter e nel 2012 ha seguito le elezioni politiche in Algeria.

Nel 2013 ha monitorato le elezioni in Mali dopo il colpo di stato che ha rischiato di aprire le porte ai gruppi estremisti islamici.

Nel 2014 ha monitorato le elezioni presidenziali in Tunisia.

Osservatori elettorali

Meglio definiti con il termine Election monitoring, ovvero volontari che, sotto l'egida di un organismo internazionale, osservano e registrano la regolarità delle elezioni
tenute in un determinato paese straniero.
In quanto ai loro poteri reali, va subito detto che un osservatore elettorale internazionale non può né convalidare né invalidare il risultato di uno scrutinio. Le sue due armi sono essenzialmente morali: il suo potere di denuncia, che serve da deterrente contro i tentativi di frode elettorale più clamorosi, e le sue conoscenze giuridiche internazionali e del paese in cui opera, grazie alle quali può monitorare i contendenti elettorali quando cercano di giustificare pratiche fraudolente o di rivendicare diritti inesistenti.

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Difendere i diritti umani. Focus Turchia con Aurora d'Agostino

Giovedì 6 Aprile 2017 ore 18.00 presso Associazione Ya Basta Via Barbarigo 17 Padova

Difendere i diritti umani. Focus Turchia

Con Aurora d'Agostino - Attivista per i diritti umani del direttivo di Giuristi Democratici Padova, associazione impegnata in missioni di osservazione dei diritti umani

Aurora d'Agostino
Avvocata ed attivista è impegnata nella denuncia delle violazioni dei diritti umani in Italia e a livello internazionale. In particolare negli ultimi anni ha partecipato a Missioni di Osservazione in Turchia, Iraq e Siria con particolare attenzione ai diritti delle donne.

Giuristi Democratici
L'Associazione promuove attività per l' attuazione e difesa dei principi democratici costituzionali e per l'applicazione dei principi della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, in favore soprattutto dei soggetti deboli.

E' impegnata nella divulgazione e conoscenza di esperienze europee ed internazionali nel sostegno di attività in favore dei diritti dell'uomo, della libertà dei popoli, dell'autodeterminazione e dello svolgimento pacifico della relazioni internazionali.

L'associazione è impegnata in Missioni di Osservazione dei Diritti Umani e nella redazione di Rapporti da presentare agli organismi internazionali.
Negli ultimi anni ha costantemente monitorato la situazione in Turchia, attraverso l'invio di Osservatori Internazionali, in difesa dei diritti delle donne, degli avvocati, degli intellettuali e della società civile turca e curda.
Opera con campagne e azioni per sostenere i difensori dei diritti umani, gli avvocati, i giornalisti, gli esponenti della società civile.

Zone d'intervento
Collabora in forma stabile a livello internazionale con:
ELDH (European Association of Lawyers for democracy and human rights);
I.A.D.L. (International Association Democratic Lawyers).

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