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Tunisia tra le proteste dei disoccupati e quelle contro la Legge 52

A Kasserine continua la protesta. Dopo gli scontri in piazza con la polizia, alcuni disoccupati hanno iniziato lo sciopero della fame, dentro il Governatorato, con lo slogans "Faites-nous travailler ou bien tuez-nous (Fateci lavorare o ammazzateci".
"Non è il Governatorato al centro delle proteste. E' lo Stato che noi chiamiamo in causa perchè agisca per lo sviluppo delle nostre regioni marginalizzate", hanno dichiarato ai giornalisti.
Anche in altre regioni i giovani,i disoccupati continuano con sit-in e proteste.

I motivi alla base dello scoppio delle proteste affondano nelle condizioni socio-economiche della Tunisia. Il governo d'Ennahda prima, la coalizione attualmente al governo con Nidaa Tounes, diventata secondo partito dal punto di vista numerico dopo l'abbandono di un gruppo di deputati, non hanno mai, ovviamente, affrontato alla radice la necessità di costruire un diverso modello di sviluppo.
Il mal utilizzo dei fondi pubblici, uniti con la devastante azione del terrorismo che ha portato alla calo totale del turismo creano un cocktail micidiale, che si accompagna dalla corruzione strutturale.
La Tunisia lo scorso 27 gennaio, ha visto aumentare la recrudescenza di pratiche fraudolenti, come confermato dal rapporto 2015 presentatio alla ONG Transparency International. Nel rapporto si afferma anche che "la corruzione politica in particolare, resta un'enorme sfida. La crescita dello Stato Islamico e la lotta contro il terrorismo che è seguita, sono stati utilizzati da molti governi come una scusa per reprimere le libertà civili e la società civile. Lontano dall'essere utile, un simile approccio significa che le reti corrotte ben impiantate incontestabilmente se ne servono ancora di più per alimentare il terrorismo".

Le misure attuate dal governo tunisino, che ha annunciato un sistema on line anonimo per denunciare la corruzione si dimostrano false misure di pura propaganda, come racconta un reportage in Nawat.

Anche i fondi che arrivano a seconda delle contingenze d'immagine dai paesi dell'Unione Europea, finiscono nel gorgo.
Questo è l'altro aspetto che ha caratterizzato sempre l'approccio Europa-Tunisia.
Non fondi dati per uno sviluppo diverso, attento alla giustizia sociale ed ambientale, ma fondi dati per sostenere prima l'islam politico (ovvero l'idea che il contesto sociale vada plasmato dall'aspetto religioso) cosidetto moderato di Ennahda con i danni che ha causato anche con la copertura dell'allargamento dell'azione dei gruppi integralisti, che si sono ben radicati nelle montagne al confine dell'Algeria, e poi all'attuale governo.

Chi protesta ha davanti questo scenario, che si accompagna alla tenaglia strangolante tra l'autoritarismo, che utilizza la lotta al terrorismo per chiudere spazi democratici e l'integralismo barbaro, che non esita ad inserirsi nel malessere sociale ed a presentarsi come un riferimento ideale per chi aspira ad un società "più pulita". Stessa rappresentazione della realtà che con le dovute differenze d'immagine propugna l'islam politico. E guarda caso in variegate forme i fondi sia all'uno che all'altro non mancano. Sono quelli dei paesi del Golfo, immancabili presenti quando si tratta di investire, apertamente o meno in Tunisia.

Dall'inizio dei fatti di Kasserine i manifestanti sono stati trattati dal sistema informativo prima come disperati, impoveriti, poi come violenti, infiltrati, si è cercato di screditarli poi ... è sceso il silenzio.
Spariscono le ragioni insieme anche alle contraddizioni che hanno portato alle proteste, mentre nel paese continua ad esserci lo stato d'emergenza con il coprifuoco da mezzanotte alle cinque.
Ma quello che non sparisce nella realtà sono le molte forme delle espressioni
di resistenza, denuncia, mobilitazione della società tunisina.

Mentre, come dicevamo, continuano le mobilitazioni dei disoccupati, in questi giorni continuano anche le mobilitazioni per riformare drasticamente la Legge 52, la normativa che punisce da uno a cinque anni chi "consuma o detiene per uso personale piante o sostanze stupefacenti", la versione tunisina dell'ipocrisia del proibizionismo.

In realtà la Legge viene applicata in particolare contro giovani ed attivisti.
In molti casi chi viene arrestato subisce anche le violenze delle "forze dell'ordine", come denunciato nel video pubblicato da Human Right Watch che contiene le testimonianze di molti giovani finiti in carcere per aver fumato una canna. Sono vittime della Legge 52 che denunciano i molteplici abusi subiti durante l'arresto da parte dei poliziotti.
Centinaia di giovani che finiscono nelle galere tunisine, un universo di violazione dei diritti e disumanità come raccontano ad Inkyfada Alaeddine et Atef arrestati il 19 novembre scorso, per sospetta attività terrorista e poi condannati ad un anno di proigione con il pretesto del possesso di cannabis. La mobilitazione. fatta dai familiari e da chi è stato arrestato, ha portato alla loro liberazione. Ma quanti ragazzi continuano a finire nell'inferno delle carceri tunisine?

Dicevamo che bisognava guardare oltre il fumo dei copertoni di Kasserine e bisogna continuare a farlo, senza paura di affrontare la complessità delle sfide che si trovano davanti le donne e gli uomini tunisini. Capire la realtà, facendolo senza facili semplificazioni, come sottolineano i numerosi firmatari della lettera che pubblichiamo di seguito. Senza negare le contraddizioni e le complessità geopolitiche dell'intera area in cui questo piccolo paese si inserisce.

PER SAPERNE DI PIU':

- DA OSSERVATORIO IRAQ
"Tunisia. Ciò che può una rivolta... " - Articolo pubblicato su Nawaat, traduzione dal francese è a cura di Cecilia Dalla Negra.

DA INCHIESTA
"Tunisia la seconda rivoluzione?" di Giuliana Sgrena

Raccolta articoli

Nawat

Inkyfada

Tunisian in red

Le blog de Lina Tas de Mots de la Tunisie

Huffington Maghreb


Cercando un'altra Tunisia
Assistiamo da tempo al tentativo di trasmettere un'immagine stereotipata e semplificata della complessa realtà che ruota intorno al mondo arabo, in particolare da quando,in seguito alle “rivoluzioni” arabe del 2011 e all'aumento del fenomeno migratorio nel bacino Mediterraneo, l'attualità di alcuni Paesi ha acquistato visibilità in diversi media mainstream.

Come spesso è avvenuto per la Siria, l'Egitto, la Palestina e altri Paesi dell'area, la Tunisia è attualmente vittima di una campagna di disinformazione che mira a semplificaree manipolare la complessa realtà esistente, peraltro in continua evoluzione.

L'articolo “Sulle montagne della Tunisia gli ex ragazzi della rivoluzione adesso sognano il Califfato” pubblicato da La Stampa in data 28 gennaio a firma di Domenico Quirico è, a nostro avviso, un esempio di disinformazione e di interpretazione strumentale del periodo storico che il Paese sta vivendo. Dalle parole dell'autore sembrerebbe che la rivoluzione tunisina, dopo aver aperto e illuminato di speranza il Mediterraneo nel 2011, starebbe oggi virando verso una traiettoria buia che porterebbe ad una “terribile rivoluzione” islamica con epicentro nella città di Kasserine. Quirico rappresenta i nuovi leader della rivoluzione come “uomini arditi dalle lingue affilate e le barbe lunghe”. Il tutto, poi, è fomentato dall'apologia di Daesch che, a detta del giornalista, riempirebbe le mura della città.

Come cittadine e cittadini italiane/i e tunisine/i, associazioni, operatori, studiosi che lavorano in e sulla Tunisia da numerosi anni, giornalisti ed esperti di Medio Oriente, ci preme offrire all'opinione pubblica un nostro punto di vista sulla realtà di Kasserine e della Tunisia.

Quanto sta accadendo in queste settimane, ossia le rivolte sociali che attraversano il Paese da sud a nord, si inscrive nel processo rivoluzionario avviatosi 5 anni fa proprio dalle stesse aree geografiche, marginalizzate in maniera sistematica e organizzata da uno Stato centralizzato sulla capitale e sulla costa turistica. Solo nel 2015 la Tunisia ha vissuto 4.288 proteste sociali, nella maggior parte dei casi passate in sordina anche dai media nazionali.

Le richieste dei giovani (e meno giovani) tunisini che (ri)occupano gli spazi in questi giorni rimandano alle questioni socio-economiche e alla revisione del paradigma del modello di sviluppo diseguale mai rimesso in discussione in questi anni di sperimentazione democratica. Le manifestazioni e i sit-in allargatisi a macchia d'olio in molte regioni del Paese chiedono l'apertura di processi di contrasto della corruzione dilagante nelle amministrazioni pubbliche e rivendicano il diritto al lavoro e alla dignità: parole d'ordine, queste ultime, che avevano riempito le strade già nel 2011. Esse sottolineano l'indipendenza dai partiti, dalle associazioni, dai movimenti organizzati, in qualche modo assimilati al sistema.

La transizione politica, tuttora in corso, continua ad essere lodata dai media e dalle istituzioni europee che in questo processo avevano investito troppo per rischiare che fallisse. Ma la stessa transizione non ha saputo rispondere alle aspettative dei giovani che hanno spinto per il cambiamento del regime. Quegli stessi giovani che da tempo hanno lanciato l'allarme rispetto a una deriva controrivoluzionaria e liberticida del processo di transizione. La confisca della rivoluzione, sebbene ce ne fossero i primi segnali già dal 2011 e con il governo di coalizione diretto da Ennadha, è stata in seguito ufficialmente legittimata con il governo dei cosiddetti “laici”, tanto decantato anche dall'altra sponda del Mediterraneo. Con il governo “laico” i tunisini hanno vissuto un acuirsi delle politiche liberticide e un recupero del vecchio sistema anche in maniera ufficiale, come attraverso il progetto di legge per la riconciliazione economica sull'amnistia dei crimini economici attuati prima della rivoluzione, con il radicamento e l'inasprirsi della minaccia terrorista, su cui nessun dibattito serio è ancora stato avviato, minaccia che è servita a legittimare leggi antidemocratiche e violente.

Ricordiamo come il terrorismo rappresenti in primis una minaccia per la popolazione e metta in discussione il sistema di sicurezza e di protezione dello Stato. L'episodio citato, ma non contestualizzat, nell'articolo di Quirico sul pastore decapitato riguarda la regione limitrofa di Sidi Bouzid ed è emblematico dell'abbandono sistematico che vive la popolazione di determinate aree del Paese. Inoltre, è estremamente riduttivo e strumentale affiliare tutto il terrorismo tunisino a Daesch – ricordiamo che nessuno degli attacchi terroristici realizzati finora in Tunisia è stato rivendicato dal “gruppo” Isis, tranne l'ultimo nel centro di Tunisi, la cui rivendicazione.Peraltro,non è mai stata verificata. Il fenomeno terroristico in Tunisia ha radici socio-economiche profonde nel territorio e dinamiche complesse, alimentate anche dalla repressione pluriennale del movimento islamista. È pertanto fuorviante riferirsi alla galassia islamista tunisina come se fosse un tutt'uno e ridurre il territorio di Kasserine a “le montagne del Califfato”.

È vero, la rivoluzione del 2011 in Tunisia non ha ancora realizzato le aspettative di riscatto dei giovani. Ma ha lasciato nonostante tutto segnali indelebili. Tra questi, la liberazione della parola tramite la nascita di tantissimi media locali su vari formati, nati proprio sull'onda della fine della censura e l'apertura al pluralismo. Tra cui le radio, protagoniste incontrastate. Che oggi rivendicano un ruolo da giocare come fonti di informazione affidabili e di riferimento legittimo per costruire una nuova narrazione del paese, dentro e fuori, per evitare banali semplificazioni e interpretazioni strumentali della realtà.

Crediamo che i media dovrebbero interrogarsi e analizzare in maniera critica i processi in corso, approfondendo e dando una visione complessa dei fenomeni per facilitare la comprensione ad un pubblico vasto. Non è responsabilità di Kasserine né del popolo tunisino se i media europei si ricordano del Paese solo in casi sporadici e legati principalmente a violenze reali o presunte tali. Proprio a Kasserine, l'occupazione va avanti da più di dieci giorni: sfidando il coprifuoco, uomini e donne continuano a riunirsi per discutere di diritti, e di lavoro, per criticare il livello esasperante di corruzione nelle istituzioni locali.

Infine, crediamo sia necessario denunciare quelle narrazioni faziose che scientemente sono mirate a creare paura e odio contro il mondo arabo, l'Islam e le migrazioni, generalizzando e non contestualizzando i fenomeni politici e sociali, ma anche avallando quel gioco delle parti dello scontro tra ‘noi' e ‘loro', che, a nostro avviso, va assolutamente rifuggito.

Per ulteriori adesioni, contattare l'indirizzo e-mail:

Gabriele Proglio: gabrieleproglio@gmail.com

Debora Del Pistoia:deboradelpistoia@gmail.com

Prime adesioni

Gabriele Proglio, professore di storia contemporanea Universita di Tunisi El Manar
Debora Del Pistoia, cooperante e giornalista indipendente in Tunisia
Gianluca Solera, scrittore e attivista trans-mediterraneo
Damiano Duchemin
Martina Tazzioli
Lidia Lo Schiavo, docente universitaria
Marta Menghi, giornalista free lance
Rossana Pezzini
Alessia Giannoni
Natalia Romanó,insegnante di italiano L2 a Tunisi
Alessia Tibollo, cooperante in Tunisia
Albertina Petroni, cooperante in Tunisia
Luigi Giorgi, giornalista
Cecilia Dalla Negra, giornalista
Valentina Muffoletto
Micol Briziobello
Patrizia Mancini, responsabiledelsito Tunisia In Red
Santiago Alba Rico, scrittore
Mario Sei, docenteUniversita della Manouba, Tunisi
Hamadi Zribi, Tunisia in Red
Giovanna Barile, Tunisia in Red
Diego Barsuglia, fotografo
Anna Castiglioni
Chiara Loschi, dottoranda di ricerca in Scienza Politica, Universita degli Studi di Torino
Paolo Cuttitta, Universita di Amsterdam
Demichelis Marco
Grazia Vulcano, cooperante in Tunisia
Federica Zardo, ricercatrice
Christian Elia, giornalista, condirettore Q Code Mag
Jana Favata
Stefano Barone
Stefano Pontiggia, ricercatore sociale
Sarra Labib Basha Beshai
Francesca Crispolti
Oriana Baldasso
Giulia Breda
Giulia Bonacina
Jolanda Guardi, ricercatrice
Francesca Biancani, docente a contrattoStoria e Istituzionidel Medio Oriente, Universita di Bologna
Marta Menghi, giornalista freelance
Sara Borrillo, post doc. Dip. AsiaAfrica e Mediterraneo, UniversitaLOrientale di Napoli
Lorenzo Feltrin, dottorando, University of Warwick
Marco Lauri, Docente a contratto di Letteratura e Filologia Araba, Universita di Macerata
Estella Carpi, Labanon Support e New York University (Abu Dhabi)
Lorenzo Declich, ricercatoreindipendente
Paolo Paluzzi, Tunisi
Clara Capelli, Cooperation and Developpement Network, Pavia
Anna Serlenga, regista e docente
Mattia Rizzi, coordinatoreprogetti (ADD Atelier pour le developpement durable)
Susi Monzali
Eugenia Valentini
Costanza PasqualiLasagni, umanitariaedanalista di medio oriente.
Joshua Evangelista, giornalista
Marta Bellingreri, ricercatrice, reporter Medio Oriente
Stefano Torelli, ricercatore
Sara Manisera
Lamia Ledrisi, giornalista
Elisa Giunchi
Kais Zriba, giornalista Inkyfada
Alessandro Rivera Magos, ricercatore
Mohamed Al Ahmadi, giornalista indipendente
Veronica Bellintani
Francesca Oggiano, giornalista pubblicista
Comitato Khaled Bakrawi
Fouad Rouehia, giornalista
Chiara Denaro, dottoranda in sociologia presso Universitàdeglistudi di Roma la SapienA e UAB (Universitatautonoma de Barcelona)
Damiano Aliprandi, giornalista e operatore sociale
Lucia Spata
Giovanni Piazzese, giornalista
Alice Bondi'
Hatem Salhi : corrispondente AlHiwarTounsi/Radio Kalima a Kasserine
Houssem Yahyaoui: giornalista radio Kasserine FM
Ali Rabeh: Direttore Radio Kasserine FM
Iain Chambers, docente di StudiPostcoloniali, Università l'Orientale di Napoli
Chiara Martucci, Milano
Nicola Perugini, Mellon Postdoctoral Fellow, Brown University, Middle East Studiesand ItalianStudies
Joy Betti, Bologna
Vanessa Roghi, docente di sociologia dei processiculturali e comunicativi, Università La Sapienza, Roma
Federico Faloppa, docente di Storiadella lingua italiana e Sociolinguistica, Università di Reading
Giulia Grechi
Ramona Parenzan
Ilaria Giglioli, PhD student, University of California, Berkeley
Vivian Gerrard
Caterina Miele, Università l'Orientale, Napoli
Betta Pesole
Valeria Deplano, Università di Cagliari
Giuseppe Acconcia, Il Manifesto, Università di Londra
Barbara Spadaro, University of Bristol
Fabrice Dubosc, etnopsichiatra e saggista
ChiaraLoschi, dottoranda di ricerca in ScienzaPolitica, UniversitàdegliStudi di Torino
Angelo d'Orsi, Docenteordinario di storia delle dottrinepolitiche, Università di Torino
Francesca Di Pasquale, Netherlands Institute for War Documentation, Historical researchs Department, Post-Doc.
Simona Wright, Professor in Italian Studies, The College of New Jersey
Marco Demichelis, Assegnista di Ricerca in StudiIslamici e Storiadel Medio OrienteUniversitàCattolicadel Sacro Cuore, Milano
Giuseppe Burgio, professore a contrattodell'Università di Palermo
Marzia Maccaferri, Associate lecturer, Goldsmiths, University of London
Giusy Muzzopappa, antropologa
Raffaella Biasi, Professoressa, esperta di mondoislamico, laurea in arabo
Dario Consoli, dottore di ricerca in filosofia, Università di Torino
Alessandro Vecchi, fotografo, New York
Sole Anatrone, dottore di ricerca, UniversitàdellaCalifornia, Berkeley
Ester Sigilló, dottorandaScuolaSuperiore Normale di Pisa
ChiaraEgidi, Brescia
Oriana Baldasso
Alice Conti
Valeria Verdolini
Serena Marcenò
Annalisa Cegna
Stefano Rota
Anis Azouzi
Francesca Biancani
Carmine Conelli, dottorando, Università l'Orientale di Napoli
FedericaZardo, Research Fellow, Università di Torino
Pina Piccolo, studiosa indipendente
Giuseppe Burgio, docenteUniversità di Palermo
Cristian Lo Iacono, Torino
Enzo Guarrasi, docente Università di Palermo
Goffredo Polizzi, dottorando Università di Warwick
Luigi Cazzato, docente di Letteratura Inglese, Università di Bari
Silvia Casilio
Benedetta Guerzoni
Lorenzo De Sabbata
Chiara Stenghel
Matteo Di Gesù, docenteLetteraturaitaliana, Università di Palermo
Paolo Fait, docente di filosofia, Università di Oxford
Elisabetta Dall'O
Lorenzo Mari, Università di Bologna
Marco Gatto
Teresa Degenhardt
Alessandro Ferretti, Università di Torino
Damiano De Facci
Francesca Coin, sociologa, Ca' Foscari
Sabrina Marchetti, European University Institute
Tommaso Rebora, studente Università di Torino
Matilde Flamigni, studentessa Università di Torino
Angelica Pesarini, Lecturer in Socilogy (Race, Gender and Sexuality) University of Lancaster
Younis Kutaiba
Tullia Giardina
Chiara Egidi
Maaza Mengiste
Sole Anatrone, dottore di ricerca, Università della California, Berkeley
Gisella Costabel
Raffaella Biasi
OrianaBaldasso
Leonardo De Franceschi, docente di istituzioni di storia e criticadelcinema, Universitàdeglistudi di Roma Tre
Camilla Hawthorne, dottoranda Università della California, Berkeley
Valentina Migliarini
Chiara Giubilaro, Assegnista di ricerca, UniversitàBicocca, Milano
StefaniaVoli
Francesco Correale, Università di Tour
Cristina Accornero, Università di Torino, dottore di ricerca
Paola Rivetti, Dublin City University, SeSaMo – SocietàItaliana di Studio Mediorientali
Gaia Giuliani, post-doc Università di Coimbra, Centro de estudios sociales
Daniele Salerno, assegnista di ricerca, Università di Bologna
AlessioSurian, professore associato di didattica e pedagogia speciale, Università di Padova
Vincenza Petrilli, ricercatrice indipendente, Bologna
Tatiana Petrovich Njegosh, docente di storia della cultura americana, Università di Macerata
Mackda Ghebremariam Tesfau' – UniversitàdegliStudi di Padova
Laura Ferrero, dottore di ricerca in antropologia, Università di Torino
Arturo Marzano, Professore di storiadel Medio Oriente, Università di Pisa.
Serena Marceno, Ricercatrice di FilosofiaPolitica e professoressa aggregata di Filosofia Politica e Human Rights: Theory and Policies, presso l'Università di Palermo
Marco Montanaro
Souheil Bayoudh, registatunisino
Gathia Mraieh (tunisina, abitante a Modena, operaia)
Chaker Haddad (tunisino, abitante a Modena, operaio)
Takoua Haddad (studentessa italo-tunisinanata a Kairouan e abitante a Modena)
Emanuele Venezia, docente di italiano Universita di Gabes
Giada Frana, giornalista
Alice Elliot, University College London
Rabii Ibrahim, attore
Rabii Gharsalli, fotografo