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Che ne è del Rojava?

Ogni giorno in Rojava la vita di migliaia di persone è minacciata dai continui attacchi del Governo turco, dalle azioni violente di cellule ancora attive di Daesh e dal dilagare del Coronavirus. Il tutto all'interno della complessa situazione geopolitica dell'area dove vecchie e nuove potenze globali e regionali si combattono sulla pelle dei civili.

Dopo l'attacco di Erdogan circa 300.000 civili sono stati costretti a lasciare le proprie case, circa 1500 sono stati i feriti e il Nord Est della Siria continua a subire attacchi militari da parte dell'armata turca. La Turchia, per altro, fa pressioni sul Paese tagliando i rifornimenti d'acqua nella regione di Heseke rendendo, così, molto difficile il mantenimento delle condizioni igieniche minime

In questa già complessa situazione il Rojava vive in una condizione di forte vulnerabilità il diffondersi dell'epidemia di COVID-19.
L'emergenza sanitaria rischia di mettere a dura prova l'esperienza del Confederalismo democratico per il quale moltissime donne e moltissimi uomini stanno lottando con l'obiettivo di costruire una società più equa basata sulla democrazia diretta, sul ruolo centrale delle donne e sull'ambientalismo, creando, così, un modello per tantissime persone in tutto il mondo.
E' stato creato, infatti, con impegno e dedizione nei cantoni della regione del Rojava un innovativo e moderno sistema inclusivo e partecipativo in cui convivono curdi, arabi, cristiani, yazidi, assiri, siriaci, turcomanni ed altre etnie.

Proviamo ad entrare nel merito di ciò che sta succedendo consultando i report degli ultimi mesi pubblicati in Uiki Onlus, tra cui un interessante articolo di Sara Montinaro "Un faro nel cuore del Rojava", gli aggiornamenti da Rojava Information Center e le notizie diffuse dall'associazione Un Ponte Per che opera nella zona.

A causa della guerra decennale, il sistema sanitario è devastato e insufficiente per affrontare l'emergenza.

Vi è un basso numero di tamponi disponibili, carenza di kit sanitari, igienici e di macchinari. Il totale posti letti disponibili è 372 per i 4 milioni di abitanti presenti in Rojava. I posti di terapia intensiva ad oggi sono solo 59 e non tutti sono dotati di ventilatori.
La situazione risulta ulteriormente aggravata dal veto che la Russia ha posto l'11 luglio sulla proroga alla Risoluzione 2504 con il conseguente taglio netto degli aiuti salvavita destinati dall'ONU al Nord Est della Siria. Molti medici negli ultimi anni sono stati costretti ad abbandonare il Paese e ancora non riescono a farvi ritorno.

Con tali presupposti risulta molto complicato adottare le linee guida sulla prevenzione, soprattutto nei campi per sfollati dove spesso mancano strutture adeguate e personale qualificato.
La quasi totalità delle famiglie (il 93%) riscontra enormi difficoltà nell'attuare le raccomandazioni minime per prevenire il contagio. Auto isolarsi, ad esempio, limiterebbe la possibilità di muoversi per cercare di soddisfare i bisogni essenziali. Bisogna considerare che l'intera zona vive una generale crisi economica a cui si sta cercando di far fronte con esperienze cooperativistiche, ma non senza difficoltà.
ll Rojava è la zona della Siria in cui il virus ha avuto il maggiore impatto sull'educazione, sui servizi legali e sui servizi di assistenza psicosociale, come illustra il Report di novembre del RIC.

In questo scenario attuare la tracciabilità diviene quasi impossibile e, così, da settembre si è assistito ad una crescita esponenziale dei contagi: al 30 novembre se ne sono registrati 7031.
Per arginare la crescita dei contagi da fine novembre ai primi dicembre è stato imposto il lockdown totale nelle province di Qamislo, Heske, Tabqua e Raqqua, con il conseguente divieto di spostarsi tra città, la chiusura delle scuole e dei negozi.
Una misura estrema per cercare di contenere il contagio tra una popolazione, abituata a vivere in un paese dilaniato da conflitti, morti e bombardamenti, che in mezzo a tanti disastri tende a relativizzare la pericolosità del virus.

In questo momento di emergenza è fondamentale il ruolo delle organizzazioni che operano quotidianamente per migliorare le condizioni di vita e salute della popolazione del Rojava.

Come contribuire dall'Italia e chi sostenere?

- Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia
Associazione internazionale attiva dal 1993, la più grande organizzazione umanitaria per il Kurdistan, la cui filiale italiana è attiva dal 2015 ed è l'unica organizzazione in Italia cogestita da volontari curdi e italiani.
Campagna Emergenza Coronavirus in Rojava

Staffetta sanitaria di Rete Kurdistan Italia
Da molti anni invia in Rojava medici ed infermieri, porta medicine e piccole attrezzature e opera nel campo della prevenzione.
Campagna La rivoluzione ha bisogno di cura, in collaborazione con Uiki Onlus

Un Ponte Per
Associazione impegnata nella promozione di pace, diritti umani e nella prevenzione di conflitti, opera nell'area attraverso numerosi progetti e negli ultimi mesi ha realizzato ben tre reparti Covid-19 nelle città di Derek, Tabqa e Mambij, dove si sta adoperando per aprirne un altro.
Campagna Emergenza Covid-19 nel Nord Est Siria

Articolo a cura di Giulia Ciancio Paratore, studentessa presso Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani Università di Padova