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Brasile - Temer schiera l'esercito sul fronte della Rocinha

La Rocinha, la più grande favela del Brasile e probabilmente il più grande agglomerato urbano di edifici di fortuna dell'intero continente latino americano, è stata messa sotto controllo militare a tempo indeterminato per ordine di Roberto Sá, segretario della sicurezza pubblica di Rio de Janeiro.
Diecimila uomini saranno impiegati nelle varie comunità di Rio. I tremila morti di quest'anno sono un numero destinato a salire.

Questa è la risposta a quanto accaduto domenica 17 settembre, quando alle sei di mattina alla Rocinha è cominciato l'inferno, che ha portato alla morte di quattro persone e al ferimento di una dozzina.

Tre auto sono entrate nella favela. Quattro uomini escono armati da una vettura e costringono il conducente di un'altra che stava transitando ignaro di quanto stesse per accadere, a scendere e consegnargli l'auto. Con lui ci sono pure i figli e la moglie, che escono rapidamente minacciati da fucili e pistole. La scena è ripresa da una signora che con la figlia assiste sotto shock a quanto sta accadendo proprio sotto la sua finestra.
Le auto, quella confiscata e uno degli altri due veicoli con i quali sono arrivati gli uomini armati salgono a tutta velocità la ripida strada che porta in cima alla favela, passando chiaramente di fronte a due auto della UPP con a bordo degli agenti, che scelgono di non fare assolutamente nulla.

Quelli della policia pacificadora interpretano il compito di garantire la sicurezza nelle favelas non sempre in maniera esattamente ortodossa, quindi colpisce non vederli reagire.
La gente è abituata alla loro presenza e a veder circolare le loro auto bianche con la banda azzurra.
La Rocinha è “pacificata” dal 2011 e quindi è presente la UPP (Unità di Polizia “pacificadora”), una forza di polizia nata con lo specifico obiettivo di garantire sicurezza alla comunità.
Vedere quindi delle macchine entrare nella favela di Rocinha, transitare indisturbate di fronte a una caserma della UPP con tanto di agenti in auto, e non vederli cercare di fermare gli uomini armati è chiaro che ha fatto e fa discutere, a maggior ragione in presenza di video che mostrano come sono andate le cose. Sono stati trasmessi da tutti i più importanti notiziari nazionali.

Quella di domenica a Rocinha è stata una vera e propria caccia all'uomo.
Si cercano Rogerio 157 e i suoi fedelissimi. Rogerio Avelino da Silva, questo il suo vero nome, ha ereditato il comando dal suo predecessore, Antonio Francisco Bonfim Lopes. Una figura quasi mitica nell'immaginario dei giovani aspiranti narco carioca.

Rogerio 157, il suo nome da battaglia, ha cambiato però alleanze per la gestione dei traffici si è attirato tanti nemici. In più non ha fatto i conti con un capo che, se pur dietro le sbarre, comanda. Bonfim è legato al gruppo degli “amigos dos amigos”, Rogerio scegliendo altre strade, oltre ad aver fatto saltare precedenti accordi ordina l'uccisione di diverse persone legate a quel gruppo.
Così domenica mattina alle sei è cominciata la caccia. Si è sparato per dodici ore. Centinaia e di centinaia di colpi. La gente è chiusa in casa, cerca riparo. Molti filmano con gli smartphone o chiamano amici e parenti per chiedere conforto facendo loro sentire il chiaro suono dei colpi d'arma da fuoco.

Vi abitano più di duecentomila persone, un numero considerevolmente maggiore da quello stimato dalle autorità nel 2012, circa sessantamila abitanti. Si arrampica su un promontorio molto alto e si estende notevolmente in ampiezza. Gli edifici più in basso arrivano letteralmente a sfiorare Sao Conrado, uno dei quartieri più esclusivi della città, con tanto di omonima spiaggia. Eppure quei due mondi sono rimasti davvero lontani.
Non ci sono riusciti neppure i mondiali o Giochi Olimpici ad avvicinarli.
Le condizioni di vita dei due luoghi sembrano appartenere addirittura a un'altra epoca. A Rocinha è stata promessa una rete fognaria, e non si è mai vista.
Da lunedì sono state chiuse tutte le scuole del quartiere, e anche i corsi per quei seimila minori che seguono i corsi in luoghi di fortuna non essendoci abbastanza edifici scolastici.
L'elettricità in tutta la favela, non è mai davvero arrivata come dovrebbe e spesso viene a mancare anche dove c'è. Le piogge sempre copiose in inverno allagano facilmente tutte le strade e i piccoli vicoli che la caratterizzano. Questi problemi, quelli di Sao Conrado, ovviamente non li conoscono, vivono un'altra realtà. Ma l'echeggiare dei proiettili di domenica, non possono non averlo sentito.

Molti, dai media ai politici alle associazioni umanitarie, chiedono come mai la polizia non sia intervenuta.
“Eppure di solito il BOPE, la polizia militare creata per compiere azioni armate nelle favelas, non si sono mai fatte scrupoli ad entrare nelle comunità. E le auto della UPP, perché non hanno cercato di ostacolare gli assalitori?”, ha commentato Atila Roque di Amnesty International.

I media non hanno potuto trasmettere alcune delle le immagini di quanto accaduto perché troppo cruente. Tra questi dei video che mostrano giovani caduti i cui corpi vengono poi martoriati e bruciati in mezzo alla strada, in modo che possano essere visibili a tutti. Si sentono le voci dei materiali esecutori che irridono il defunto e giurando la morte “ai nemici”. Tra i video invece rimandati dai vari network brasiliani di informazione alcuni hanno mostrato clip girati dagli abitanti che pongono il dubbio sulla presenza anche di un terzo gruppo armato organizzato. La “milizia”, un gruppo paramilitare composto per lo più da ex militari e nel resto dei casi da militari e poliziotti ancora in servizio. e fatto sentire ricostruzioni e testimonianze raccolte da inviati sul posto Molti testimoni hanno garantito di averli visti giungere in soccorso di Rogerio 157. La polizia ha diffuso invece un audio in cui si sente la sua voce al telefono comunicare che “Antonio Francisco Bonfim Lopes non è più il nostro capo, ci ha fatto sparare e costretti a rispondere al fuoco tra la nostra gente”.
Le autorità ci hanno tenuto anche a precisare che si stava rivolgendo a giovani narco che si erano rifugiati nelle foresta e che stavano cercando rifugio tra la vegetazione e cercando un modo per andare a ripararsi e nascondersi, presumibilmente a Vidigal o nella foresta dell'Arpoador.

La guerra per il controllo dei territori e delle favelas si sta spostando da Est sempre più vicino alla zona sud, quella delle grandi spiagge e dei turisti.
Se i grandi eventi sportivi hanno in qualche modo celato ciò che stava covando in realtà, smantellati i Giochi per la città di Rio sono stati mesi difficilissimi.

Il municipio in default, aveva già dichiarato fallimento un anno prima dell'inaugurazione delle Olimpiadi, ha provocato tagli drastici alla spesa pubblica. Ci sono dipendenti degli uffici pubblici, docenti universitari, medici ospedalieri, autisti di bus e tante altre categorie che non ricevono lo stipendio da mesi.

Se poi durante i grandi eventi sportivi la città era militarizzata, dopo i Giochi è stato l'inverso. Non si vedeva nessuno. Assalti ad autobus o a negozi e supermercati sono all'ordine del giorno. Anche nei quartieri benestanti.

Così il proliferare degli appelli da destra che richiamano a un intervento duro e repressivo dello Stato hanno portato al risultato auspicato.

C'è chi soffia sul fuoco, insomma. L'incertezza politica, i continui scandali e le presidenziali ancora lontano rendono tutto sempre più difficile.
Un Paese che da una parte tende l'orecchio verso i magistrati della inchiesta Lava Jato, dall'altra guarda preoccupato a chi, in nome della sicurezza, vuole riportare il Paese indietro di quarant'anni. Così Lula e la condanna a nove anni che pende sulla sua testa, sono in giro per il Paese in una campagna elettorale che sarà lunghissima. Nonostante gli scandali che lo hanno investito sono continui bagni di folla, soprattutto a Nord Est. Temer, sfiduciato da tutto e da tutti, con pendenze giudiziarie e sempre nell'occhio del ciclone, continua, nonostante tutto e tutti, a sedere sulla poltrona di Presidente.

A pagare, come sempre, rimane O' povo brasileiro.

Articolo pubblicato il 23 settembre 2017 per Il Manifesto